QUARONA NELLA PRIMA METÀ
DELL’800
Per poter osservare com’era Quarona a due secoli di distanza, abbiamo a disposizione una serie di “finestre” che ci permettono di tornare indietro nel tempo e scattare alcune “fotografie” della vita quotidiana che si svolgeva all’interno e all’esterno delle case, nelle vie e nelle campagne di Quarona, in quel lontano inizio del 1800.
Il segreto di queste “finestre” da cui è possibile scattare delle “fotografie” nel passato, è rappresentato dai documenti storici che custodiscono, per noi, queste immagini.
Il
primo documento di Quarona che si avvicina all’epoca in cui nacque Pietro
Rolandi, è il “LIBRO DELLE VALBE”, redatto dal sistema Sabaudo
all’interno di una politica di revisione della gestione amministrativa del
territorio, il LIBRO DELLE VALBE rappresenta proprio le porzioni del
territorio ed è un documento importantissimo che pochi comuni in bassa
valle possiedono, e forse l’unico esistente è quello di Quarona.
Concluso
nel 1797 ad opera di Vittorio D’Enrici di Alagna, è un Catasto
geometrico particellare costituito da un grande libro rilegato in cuoio,
contenente i disegni (in scala trabucchi) delle varie porzioni (valbe) del
territorio comunale.
Questi
disegni sono particolarmente ricchi di informazioni e dettagli topografici; una
curiosità: nelle mappe dei terreni, oltre ad essere rappresentati a colori gli
alberi presenti nei prati arborati, viene addirittura indicata, sempre a
colori, l’ombreggiatura della baulatura dei campi.
Sono particolarmente curate anche le registrazioni identificative dei possessori.
Quest’opera
è corredata inoltre di un quadro d’insieme di dimensioni ragguardevoli,
anch’esso realizzato in scala e a colori, che ci permette una panoramica
completa di tutto il territorio comunale.
Questi
documenti sono esposti alla MOSTRA.
Il
secondo documento è il CENSIMENTO NAPOLEONICO del 1806;
rientra nella politica amministrativo burocratica del potere napoleonico che si
rende autonomo dalle registrazioni demografiche delle parrocchie; è importante,
ma molto spiccio e non eccessivamente dettagliato.
Il
terzo documento, importantissimo, è la STATISTICA del 1828.
Siamo
in piena Restaurazione e, dopo il Congresso di Vienna del 1815,
le monarchie ristabilite, compresa la Monarchia Sabauda come Re di Sardegna,
tendono ad ammodernare e sveltire la propria organizzazione statale; in questa
fase viene costituita nel 1819 la Provincia di Valsesia. Ecco quindi la
necessità di avere delle informazioni chiare, dettagliate, ma essenziali sul
territorio.
L’elaborazione
delle NOTE STATISTICHE vede sindaci e segretari comunali costretti a
stare dentro uno schema che, da una parte è descrittivo, ma dall’altra anche di
sintesi numerica, perché devono trattare pesi, misure, i dati relativi alla
popolazione che ci danno anche, letti in un certo modo, il senso della vita
quotidiana: di che cosa vivevano, quali erano e com’erano state sfruttate le
risorse del territorio, qual’era la viabilità, l’istruzione ecc.
Questo
documento porta la firma di Luigi Rolandi, fratello di Pietro, Sindaco
di Quarona, non solo in questo periodo, ma anche negli anni quaranta; è molto
particolareggiato nel descrivere Quarona, si nota che la conosce veramente
bene, e quindi elabora, con il segretario Ronco una serie di notizie
preziosissime.
Anche
questo documento è esposto in MOSTRA.
Per
quanto riguarda le notizie relative alle persone fisiche e alle famiglie di
Quarona, ci è stato utile sia il CENSIMENTO DELLA POPOLAZIONE DEL 19 MAGGIO
1848, ma soprattutto il successivo, il CENSIMENTO DELLA POPOLAZIONE AL
31 12 1857, simile al precedente, ma più completo e particolareggiato;
entrambi ci hanno fornito informazioni utili alla identificazione delle persone
oltre che all’individuazione delle principali vie di emigrazione dei nostri
concittadini antenati.
Anche
i due censimenti sono consultabili nella MOSTRA.
Per la
realizzazione delle linee genealogiche della famiglia Rolandi e di altre ad
essa collegate o imparentate, le nostre ricerche si sono appoggiate soprattutto
alle registrazioni parrocchiali, suddivise in tre serie di volumi: IL LIBRO
DEI BATTESIMI, IL LIBRO DEI MATRIMONI ed IL LIBRO DEI MORTI; sono
rigorosamente scritti in latino, ma sono stati indispensabile strumento
di certificazione demografica dei singoli e dei gruppi famigliari delle
parrocchie, che nella maggior parte dei casi, ancor oggi, coincidono, come territorio,
con quello comunale.
Queste
registrazioni sono state imposte come obbligo ai parroci all’indomani del Concilio
di Trento, terminato nel 1563, ma già operate da decenni in alcune
parrocchie.
Comunque,
unitariamente, l’obbligo decorre, in genere, dalla fine del 1500 ai primi anni
del 1600; non è casuale che uno dei parroci Quaronesi più interessanti ed
importanti, Bernardino Lancia, cominci a dare l’esempio di stesura dei
libri parrocchiali esattamente dal 1617, da quando cioè l’oratorio di Sant’Antonio
Abate al piano, diventa la Parrocchia sostitutiva di San Giovanni
al Monte, ritenuta troppo scomoda dalle visite pastorali del Bascapè, Speciano, e infine dal cardinale Taverna.
Oggi siamo nel terzo millennio e non è facile, per chi vive intensamente questa epoca, inserito nella tecnologia e nelle telecomunicazioni, proiettato nel futuro, nella globalizzazione ecc., soprattutto se giovane, immaginare com’era la vita di allora.
Proviamo
a retrocedere nel tempo, con la fantasia, togliendo, gradualmente, tutte le
cose che oggi ci sono famigliari, ma che solo da due secoli fanno parte
integrante nella nostra quotidianità.
In questi ultimi
50 anni, potremmo cominciare a togliere tutta la tecnologia telematica,
da Internet al computer, alla televisione, al metano.
Andando a ritroso per altri 50 anni potremmo togliere tutti gli elettrodomestici dalla lavatrice al frigorifero alla radio; quindi l’acqua potabile, (la completa realizzazione dell’acquedotto pubblico, a Quarona, risale al 1931), e l’energia elettrica (la cui erogazione, ad opera della “Società Idroelettrica Valsesia”, iniziò nel 1921 con il limitatore a 16 watt),
Retrocedendo ancora di 50 anni non esistevano né automobili né fabbriche, e neppure la Ferrovia, che data 1884; non esisteva neppure politicamente l’Italia la cui unità fu proclamata proprio nel 1861.
Ed eccoci nella prima metà dell’800 quando viveva ancora Pietro Rolandi!
Quindi una società senza energia elettrica, senza acqua in casa, ma solo nei pozzi, senza telecomunicazioni, con mezzi di trasporto a trazione animale ecc.
TERRITORIO
Il territorio comunale, allora, comprendeva soltanto la sponda sinistra della Sesia e viene ampiamente descritto nella statistica del 1828 costituito da una pianura centrale, limitata dal fiume e da tre monti cioè: San Grato, San Giovanni e Roncacci.
Nella descrizione dei corsi d’acqua, la Cavaglia ha le acque più pesanti della Sesia e non può recar guasti considerevoli perché è incannellata dalla natura.
Completa e dettagliata è la descrizione delle strade:
La
strada provinciale, dai confini di Borgosesia a quelli di Rocca, era piana e
carreggiabile, con un ponte ad arco in vivo sopra la Cavaglia,
larga due metri e più¸ entrava nel territorio comunale dall’attuale ponte della
Pietà, serpeggiando lievemente arrivava alla chiesa parrocchiale di
Sant’Antonio, proseguiva deviando un po’ a sinistra, fino alla chiesa della
Beata al Piano, quindi deviava leggermente a destra fino all’incrocio con
l’attuale via Giovanni Lanzio, riprendendo il percorso odierno in direzione
nord fino all’uscita dal paese, quindi piegava a destra e, mantenendosi ai
piedi del monte Roncacci proseguiva verso Rocca.
La strada
di Valmaggiore, partiva dalla chiesa di S. Antonio, attraversava la borgata
del Duomo e arrivava a San Rocco carreggiabile o pedonale fino a
quel punto (attuale via Zuccone), quindi era solo cavalcabile,
saliva gradatamente il monte, attraversava Valmaggiore in piano, dopodiché
proseguiva per la Ferruta; era stata di recente restaurata; (è la
mulattiera attuale).
La strada
per San Giovanni e la Beata al Monte coincide con quella di oggi;
larga due metri era considerata “cavalcabile”, ma non in stato “lodevole”,
come pure quella di Cavaglia; era una mulattiera larga solamente un
metro e mezzo che costeggiava tutto il torrente fino a Breia.
Viene qui
descritto il ponte visconteo in pietra a schiena d’asino: “Antico,
coll’arma Visconti, longo quattro trabucchi e largo un trabucco e mezzo,
ristaurato da pochi anni”; (costruito nel 1400 fu demolito dai partigiani
nel luglio 1944).
La strada
del Laghetto era larga un metro e mezzo e meritava restauri; L’attuale Via G. Lanzio era larga due
metri, ma in stato mediocre, cavalcabile ed anche carrozzabile.
Tutte
le altre strade attuali non erano menzionate, ad eccezione di alcune “carrate”,
che servivano per l’accesso ai “beni di campagna”.
La
Statistica descrive quindi minuziosamente la fertilità e le caratteristiche del
suolo nelle varie zone di Quarona, sia pianeggianti che montane.
In
particolare, per il monte San Giovanni, evidenzia la fragilità geologica: ”va
gradualmente sciogliendosi in rovine come da pochi anni si è veduto, ai due
lati, orientale ed occidentale”
Essendo
però ricco di pezzi trovanti di granito, c’erano due cave di
questa pietra atta a sodi lavori (Pradere = Priéri
= pietraie).
La
campagna era coltivata in parte a prati, che fornivano due raccolti abbondanti
l’anno, in parte a campi di cereali: segale, poco frumento, discreto
granoturco volgarmente detto meliga in primo raccolto, e poco panico dopo la
segale, quale non giunge sempre a maturità”.
Le
piante arboree più diffuse erano castagni, ontani, betulle, noci, meli,
ciliegi, nocciòli avellani, susini, cornioli, nespoli, peschi e peri;
pochissimi roveri ed ancor meno faggi; ricco il sottobosco (ricordiamo che a quell’epoca non era ancora
stata importata la robinia o gaggia o acacia pseudoacacia).
Erano particolarmente temuti i bruchi, flagelli della
verdura, e i Gallarovi (maggiolini) che con frequenza triennale
divoravano i germogli di viti e noci.
Le
case erano in pietra, ma coperte, per la maggior parte a paglia;
diverse a coppi ed alcune con bellissime piode. (Proprio la casa natale di
Pietro Rolandi rimase per alcuni decenni l’unica e ultima costruzione di
Quarona con il tetto rigorosamente coperto in pietra; è stato sostituito da
pochi anni con moderne tegole in cotto).
Gli
incendi erano frequenti e, dei più importanti, abbiamo trovato dettagliati
resoconti nei registri parrocchiali.
Il
primo, data 18 agosto 1712 a Valmaggiore ed è ricordato anche da un
quadro votivo nella Chiesa della Madonna della Neve.
Il 3
agosto 1784, un fulmine distrusse quattordici case del Vico,
ma nessuno perì, salvo qualche capo di bestiame; il Re Vittorio Amedeo di
Sardegna contribuì ad alleviare i danni offrendo 1500 lire di Piemonte da
distribuire alla popolazione colpita.
Sempre
al Vico, il 6 aprile 1796, “per colpa di fuoco di pistola,
accidentalmente fatto cadere nello strame”; un incendio distrusse ventisei case; tra le altre anche
quella di fronte all’attuale fontana di Pietro Rolandi, dove abitava il Notaio
Innocenzo Viotti: “Restavano consumate tutte le suppellettili, tutti i
mobili, e le moltissime scritture del suo studio e di molti altri antichi Notai
con inestimabile danno” Anche in questo caso il Re contribuì con un
sussidio di 1100 lire di Piemonte.
Ancora
uno nella notte fra il 13 e il 14 gennaio 1797; il danno fu cospicuo, ma
solamente un vitello perì soffocato dal fumo. Sua Maestà il Re Carlo Emanuele
inviò 500 lire a sussidio delle famiglie colpite.
Il
quinto, è quello del 1821 nella casa della sorella di Pietro Rolandi,
Maddalena, moglie di Rocco Vinzio, della quale abbiamo anche una testimonianza
scritta in una lettera che la madre Teresa Perincioli scrive al figlio a
Londra.
Un sesto incendio si sviluppò nella notte fra il 19 e il 20 aprile 1837 nelle case Defilippi e Folghera al Vico; il danno non fu grave, ma la madre Defilippi, di ottant’anni, per le scottature riportate, rimase vittima morendo la settimana successiva all’Ospedale di Varallo. Anche in questo caso la comunità intervenne con un sussidio.
L’ultimo
del periodo, di cui abbiamo notizia, avvenne alle ore 10 del mattino del 22
agosto 1840.
Non
solo dal fuoco ci si doveva guardare, ma anche dall’acqua; abbiamo, infatti,
trovato, nei registri parrocchiali, l’annotazione di due alluvioni della
Sesia, il 14 ottobre 1755 ed il 25 agosto 1780.
In particolare la prima fornisce una dettagliata descrizione: “Non si vide tanta acqua così a memoria d’uomo, persi uomini, armenti e cose; le acque dei fiumi si ingrossarono: la Sesia ad Alagna, la Sorba a Rassa, la Sermenza a Carcoforo, il Pascone a Rocca; distrutto il ponte davanti alla parrocchia di Rocca, persi i vigneti e portati via tutti i prati dietro la chiesa di San Bonomio a Doccio fino alla parete della chiesa stessa che si salvò; ritiratesi quindi le acque limacciose, per giorni mandarono orribili fetori che si sentivano quasi ovunque”.
Era stata istituita, da pochi anni, una scuola pubblica e
gratuita per l’insegnamento della lettura, scrittura, aritmetica e dottrina
cristiana, frequentata da 40 50 giovani; il maestro era il sacerdote Chiara,
coadiutore della Parrocchia.
Questo servizio aveva potuto essere realizzato per
l’esistenza, sul territorio, di un Ente benefico di antichissima origine
supportato da lasciti testamentari e da diversi benefattori chiamato Carità
de’ Poveri e di S. Spirito di Quarona che,
con i suoi proventi permetteva di pagare lo stipendio del maestro della scuola,
oltre che l’elargizione di un taglio di stoffa (fustagno), riservato ai cittadini
la cui famiglia risiedeva a Quarona da più di un secolo.
La popolazione maschile era sempre stata mediocremente
letterata, tuttavia la comunità con l’autorevole mediazione di Sua
Eminenza, il Vescovo della Diocesi di Novara Cardinale Morozzo, ritenne di
rendere pubblica la suddetta scuola per garantire sempre più l’educazione
civile e cristiana.
La
Statistica del 1828, ci informa anche dell’esistenza di un bel fabbricato, al
centro del territorio, adibito a collegio convitto, gestito dal prof. don Giovanni
Ottina e, alla sua morte, da suo padre ottuagenario Luca Ottina; non abbiamo
ancora identificato esattamente l’ubicazione di questa struttura (potremmo
supporre che fosse la vecchia sede municipale).
Nella descrizione delle chiese non ci sono variazioni
rispetto alla situazione attuale, ad eccezione della quattrocentesca chiesetta
di Santa Maria della Pietà, che è stata demolita nella seconda metà del secolo
scorso per lasciar passare la ferrovia; rimane il ricordo nel nome del ponte
ferroviario.
Interessante la
definizione che il sindaco Luigi Rolandi dà della chiesa di San Giovanni: “È antichissima e discretamente grande, costruita secondo l’uso dei
cristiani primitivi, offre rare pitture del secolo decimo quinto ed è forse la
più antica chiesa di tutti i dintorni anche lontani; presenta un’idea dei riti
e delle discipline dei primitivi Cristiani.
Aggiunge che dà il nome a quel monte
dove è collocata. (La dizione popolare corrente, a quei tempi, era, infatti,
“Monte San Giovanni” e non “Monte Tucri”).
IL CLIMA di Quarona: per quanto
riguarda le precipitazioni, si rilevano le periodiche piogge di primavera e
d’autunno dichiarando che le nevi invernali, in media, raggiungono il mezzo
metro d’altezza in pianura, ed il metro sui monti.
La temperatura, risulterebbe mediamente più bassa di quella
odierna, mentre, riferendosi al clima, si pone l’accento sulla forte
variabilità sia stagionale che giornaliera, ritenendone responsabile “la soverchiamente moltiplicata quantità di risare in pian paese” (nella Bassa).
Bella, a questo proposito, la similitudine che Luigi Rolandi
fa con le isole americane: “come appunto succede nella
maggior parte delle isole del nuovo mondo che, circondate dall’immensità dei
mari, soffrono piogge impensate formate dai vapori dei vasti mari convertiti in
acque desolatrici di quelle popolazioni”.
La proprietà terriera era per lo più, in mano ai
privati, salvo un 10 % posseduta dagli Enti Benefici di allora: Carità Locale,
Congrue Parrocchiale e Coadiutorale, Confraternite; solo il due per mille
era di proprietà comunale.
Il sindaco ribadisce qui il diritto di pascolo che tutti gli
abitanti avevano sul territorio boschivo come da consuetudine antichissima;
Quarona, infatti, è uno dei più antichi comuni della Valsesia, di cui abbiamo
notizie fin dal 1214.
L’economia è prevalentemente agricola, integrata da piccole
industrie di supporto, come:
Mulini a ruota mossi dalle acque incanalate nella
Roggia dei Mulini dal torrente Cavaglia, per la trasformazione delle granaglie
in farine.
Torchi per la produzione dell’olio di noci, che
veniva impiegato indifferentemente per l’alimentazione e per l’illuminazione
serale delle case.
gli stessi servivano anche per la produzione locale di
vino che non era del tutto sufficiente ai fabbisogni del paese, ma era
comunque notevole.
Fucine da fabbro per la produzione dei principali attrezzi
agricoli.
Vasche per la macerazione della canapa, largamente
diffusa per la realizzazione di “pezze” utili al confezionamento della
biancheria intima, degli abiti, delle lenzuola, dei copriletti, oltre che
filtri per il bucato fatto con la cenere “ciandru”,
ecc.
I
prati di Sesia,
presenti nel Catasto del 1797, non ci sono più perché portati via dalle
alluvioni successive.
A
proposito di Sesia, l’unico ponte che esisteva era quello di Agnona;
costruito nel 1786 (impropriamente chiamato napoleonico perché in quel
periodo era stato utilizzato come dogana tra i due Stati frontalieri).
La
traversata del fiume veniva quindi effettuata con una barca che faceva
servizio di traghetto. Questa barca era di proprietà della Parrocchia di
Doccio e ancor oggi rimangono, nei toponimi, sulle due sponde, le due
denominazioni di via della barca.
FAMIGLIE
Già da
molti anni ho cercato di fissare sulla carta le origini della mia famiglia,
esordendo, nel 1968, con un albero genealogico “fai da te”!
Le
prime notizie relative a questo argomento mi sono state fornite principalmente
da mia madre che è sempre stata attenta, fin da piccola, agli aneddoti e alle
storie di vita vissuta che le raccontavano i suoi genitori sui loro antenati.
Generalmente,
queste vecchie storie riguardavano fatti ed argomenti salienti accaduti
nell’ottocento alle persone che vivevano a Quarona, in generale, ma al Vico in
particolare.
Quando
mi è stato proposto di occuparmi di questo specifico settore nella ricerca
storica su Pietro Rolandi, è stato un motivo in più per accettare questo
incarico che mi permetteva di gettare un ideale ponte di comunicazione fra
l’800 e oggi.
Iniziai
subito la consultazione dell’Archivio Parrocchiale, (messoci gentilmente
a disposizione dal parroco di Quarona don Francesco Gagliazzi), della Statistica,
dei due Censimenti e dell’elenco dei possessori nel libro delle Valbe e
mi resi subito conto che, di molte persone, conoscevo già i nomi, i legami di
parentela e gli aneddoti relativi, proprio dalle storie che mia madre mi
raccontava.
Mi
appassionai alla raccolta dei dati e, approfondendo la ricerca dei legami di
parentela della famiglia Rolandi è stato molto facile scoprire che, andando
indietro nel tempo, i ceppi famigliari originali si mescolavano
interscambiandosi spesso tra loro, sostenuti dalla grande prolificità di quei
tempi (non per niente Pietro Rolandi era il quindicesimo di sedici figli).
Molti
erano i casi di omonimia nelle generazioni, per cui esistono diversi
casi del tipo: Pietro figlio di Pietro nipote di Pietro o Francesco di
Francesco fu Francesco, e questi casi, uniti al fatto che il cognome è lo
stesso, inducevano facilmente in errori di identità delle persone; molto più
frequente ancora l’alternanza di due nomi (nonno – nipote).
In
effetti, la fantasia nella scelta dei nomi dati ai figli, non era
particolarmente libera perché tradizioni o abitudini o particolari devozioni ai
santi locali, inducevano i genitori a confermare i nomi degli antenati o dei
santi cui sono ancora tutt’oggi dedicate le chiese e le cappelle della zona.
Un’altra difficoltà che si incontra in una ricerca di questo tipo è che i bambini venivano battezzati con una serie di tre o quattro nomi, dei quali uno solo veniva poi utilizzato dalla persona adulta; non è sempre facile identificare quale.
Soprattutto
verso la fine del 1700 ho riscontrato molti Giovanni Michele, Giovanni Antonio,
figlio di Giovanni Battista, figlio di Giovanni Maria e così via, come per le
donne, il nome di Maria era quasi sempre presente in prima linea nella serie di
tre o quattro nomi imposti alle figlie; anche in questi casi il nome veramente
utilizzato non era necessariamente il primo.
Quando
mia madre mi parlava di Pietro Rolandi, lo citava come veniva chiamato allora:
“Pidrin da Londra”; adesso capisco perché; era per differenziarlo dagli
altri Pietro Rolandi presenti in paese, uno dei suoi fratelli compreso!
C’è da
considerare anche che il paese era piccolo, con un’attività prevalentemente
agricola e poche persone avevano occasione di avere contatti con l’esterno, per
questo i matrimoni venivano celebrati sempre fra compaesani; spesso, nei
registri dei matrimoni, ho trovato le dispense del Vescovo sul grado di
parentela per il forte rischio di consanguineità.
Riguardo
ai cognomi, molti sono scomparsi da Quarona, o per emigrazione o per estinzione
naturale, come ad esempio Bussone, Capucetti, Duelli, Giblotti, Lasinetti,
Lancia, Muzzio, Viotti, Rolandi stesso ecc.
Altri
invece, li troviamo già in epoca remota, come Andreini, Barone, Defilippi,
Gallarotti, Milanolo, Piola, Sella, ecc., alcuni dei quali già registrati nei
documenti del Comune di Quarona della prima metà del 1200.
Dobbiamo
tener presente, inoltre, la distribuzione delle famiglie tra i vari Cantoni
cosiddetti storici, Domo (o Duomo da Domus = casa), Cavaglia e Vico
(da vicus), oltre a quello alto di Valmaggiore, con il nome così
significativo.
Si
formavano dei ceppi, con lo stesso cognome, che erano però separati gli uni
dagli altri, come i Milanolo, (alcuni a Morondo, altri a Valmaggiore), gli
Ottina, (un ceppo a Valmaggiore un altro nel Cantone Cavaglia), i Gallarotti,
(alcuni al Vico, altri a Valmaggiore), i Rolandi, anch’essi presenti con un
ceppo al Vico, da cui discende la famiglia di PIETRO, ed un altro a
Valmaggiore.
Facendo
collegamenti e connessioni tra le varie derivazioni famigliari, è emerso un
quadro abbastanza ampio della realtà di quel tempo, con un unico schema
genealogico che supera le 2200 persone, e che abbraccia tutte le principali
famiglie del paese i cui cognomi principali sono: Barone, Cantarelli,
Defilippi, Degaudenzi, Demagistri, Gallarotti, Meneveri, Rolandi, Sella ed
altri.
Data
la massa e l’interconnessione fra gli stessi rami del grande Albero genealogico
di Quarona (e non solo, perché i vari discendenti emigrati si sono distribuiti
in varie parti del mondo), per alcuni di questi cognomi ho potuto farne uno
specifico; questi esempi di schemi genealogici sono consultabili nella Mostra.
Un
lavoro di queste dimensioni non si può certo mai considerare finito e ci
ripromettiamo di continuarlo, arricchendolo di ulteriori dati con la
collaborazione di alcune persone che ci hanno già dimostrato interesse e
disponibilità.
EMIGRAZIONE
Il mondo agreste non era fine a se stesso, ma richiedeva una
trasformazione o rielaborazione dei prodotti della natura, sia che fossero di
origine vegetale, come la trasformazione dell’uva in vino, o delle noci in
olio, oppure animale, trasformazione lattiero-casearia, lavorazione e
conservazione della carne principalmente suina, oppure legata alla fibra, come
la canapa, con macerazione ecc. e la lana che necessitavano di un’attività di
supporto.
Accanto al mondo agreste, quindi, si sviluppavano alcune professioni, che non sono più di semplice appoggio all’attività del contadino, ma diventano vere e proprie professioni, come appunto quella del mugnaio, panettiere, tessitore, ecc. (a proposito di tessitori, sappiamo che il comune con il maggior numero di tessitori era quello di Cellio).
Oltre a queste, a Quarona troviamo anche un notaio, un procuratore, un pittore, ed in particolare un noto chirurgo del tempo, che esercitava la sua professione anche all’estero; si trattava di Giovan Battista Ottina di Valmaggiore.
Le
donne erano sottoposte a molte maternità, la mortalità infantile era elevata e
le famiglie numerose; spesso avevano figli compresi fra un anno e 25 anni;
l’età media era pertanto molto bassa.
La
donna non emigrava perché la sua prestazione era fondamentale in Patria.
Riscontriamo solo rari casi di emigrazione femminile, legata solo al
ricongiungimento del marito all’estero; non è raro, in questi casi, che fosse
trasferita definitivamente la sede della famiglia.
Le
professioni prettamente femminili messe in evidenza dai censimenti sono poche:
la cucitrice, l’insegnante, la domestica; quelle cioè che
da secoli e per secoli sono sempre state femminili.
Il
lavoro dei campi è generalizzato, tenendo conto che, non essendo però la proprietà
terriera di vaste dimensioni, era attività prevalentemente femminile che si
accompagnava alla casa, ad allevare i figli, la stalla, mentre i mestieri e le
professioni, erano per lo più caratterizzate dai maschi.
Sempre dal censimento, rileviamo che,
oltre a 261 contadini, (di cui solo 12 maschi e 249 femmine pari al
95%), c’erano 36 falegnami, e altrettanti calzolai, 28 braccianti (dei
quali solo 3 maschi), 18 cucitrici, 17 fabbri ferrai, 16 bottai, 15
gessatori, 15 carrettieri e 15 tessitori, 12 scalpellini e 10 lattai (lattonieri)
seguiti da una lunga sequenza di altre professioni esposte dettagliatamente
nella Mostra in Villa Rolandi.
Tra questi risultano anche 8 tra negozianti e commercianti, dei quali non mancano esempi anche nella famiglia Rolandi; Luigi stesso, il sindaco, ha un’attività commerciale a Quarona ed una a Varallo.
Il commercio era fiorente e si sviluppa
soprattutto nei mercati limitrofi.
A proposito di mercati, è curioso sapere che la attuale
cadenza settimanale delle giornate di martedì per Varallo, di mercoledì
per Quarona e di sabato per Borgosesia traggono origine dal lontano Medioevo.
Qui si vendevano castagne, fieno, pere, mele, vitelli
ingrassati, pesci e olio di noci; si comprava mais, segale, frumento, riso,
vino, pasta, oltre che sale, vestiario e qualche oggetto necessario alla
famiglia.
Quarona contava allora circa 650 residenti, ma un
terzo della popolazione maschile emigrava; qualcuno all’interno dello
stato piemontese, ma molti all’estero; ritornavano in Patria una volta l’anno
oppure ogni due anni.
“Ogni strumento è pane!” Dicevano in Valsesia!
Il fenomeno dell’emigrazione era, infatti, fondamentale nel
tessuto sociale valsesiano; l’organizzazione stessa della società di quel
tempo, non poteva farne a meno, non potendo trovare, sul posto, mezzi di
sussistenza sufficienti per affrontare un periodo superiore ai due o tre mesi.
Qualche
informazione possiamo ottenerla dai censimenti, che sono divisi casa per casa e
l’emigrazione ha una sua incisività.
Sappiamo, in ogni modo, che l’apprendistato aveva una durata ancora notevole anche nell’ottocento, e si svolgeva presso le botteghe artigiane.
Le destinazioni
dei nostri emigrati erano molteplici, alcuni all’interno del territorio statale
del Piemonte, sia a Torino, che era la capitale, che in altre città; altri
all’estero, soprattutto negli Stati del nord, come Francia, Svizzera e
Germania; anche la Lombardia, forse per la sua vicinanza, era una méta
appetibile; non mancano casi di emigrati in America.
Secondo
la professione esercitata, anche le destinazioni potevano essere differenti: il
Piemonte e la vicina Lombardia, richiedevano prevalentemente artigiani per la
lavorazione del legno: bottai, falegnami, minusieri, stipettai ed ebanisti.
Per i
lavoratori nel campo dell’edilizia, gessatori, stuccatori, pittori, era più
facile trovare lavoro in Francia.
Non mancavano attività, per così dire, più nobili come, causidici, orefici, ecc. che professavano soprattutto nelle grandi città.
Un
celebre pittore, identificato nel Galletti,
operò anche a Londra.
Certamente le informazioni che possiamo avere sulle destinazioni e le professioni dei nostri emigranti dell’epoca, sono parziali perché recuperate da una serie di statistiche e censimenti specifici suscettibili di variazioni nel tempo e nello spazio e spesso carenti di dati ed è facile immaginare che, anche allora come ora, è il mercato che fa la domanda e l’offerta, ma di una cosa siamo sicuri: il valsesiano, a quella domanda ha sempre risposto di sì.
Vorrei ricordare, in questa sede, anche la preziosa opera svolta dagli studenti di Quarona, che hanno collaborato alla realizzazione di questo Convegno su Pietro Rolandi.
Il logo che lo identifica, infatti, è stato scelto fra i disegni che alcune classi hanno appositamente realizzato, altre classi hanno presentato ricerche e disegni, anch’essi esposti nella MOSTRA IN VILLA ROLANDI.
Un particolare ringraziamento vorrei quindi rivolgere all’impegno ed alla collaborazione espletati, sia dagli studenti, sia dagli insegnanti, sia dalla dirigente dell’Istituto Comprensivo di Quarona dr.ssa Rizzolo, nell’occasione di questo Convegno imperniato sulla figura del nostro importante concittadino Pietro Rolandi.
Franco Cameroni