Relazione tenuta dal dr. Franco Cameroni

il 15 dicembre 2001 a Quarona

in occasione del Convegno su Pietro Rolandi

 

 

 

QUARONA NELLA PRIMA METÀ DELL’800

 

Territorio, Famiglie, Emigrazione

 

 

 

 

INTRODUZIONE

 

 

         Per poter osservare com’era Quarona a due secoli di distanza, abbiamo a disposizione una serie di “finestre” che ci permettono di tornare indietro nel tempo e scattare alcune “fotografie” della vita quotidiana che si svolgeva all’interno e all’esterno delle case, nelle vie e nelle campagne di Quarona, in quel lontano inizio del 1800.

         Il segreto di queste “finestre” da cui è possibile scattare delle “fotografie” nel passato, è rappresentato dai documenti storici che custodiscono, per noi, queste immagini.

 

         Il primo documento di Quarona che si avvicina all’epoca in cui nacque Pietro Rolandi, è il “LIBRO DELLE VALBE”, redatto dal sistema Sabaudo all’interno di una politica di revisione della gestione amministrativa del territorio, il LIBRO DELLE VALBE rappresenta proprio le porzioni del territorio ed è un documento importantissimo che pochi comuni in bassa valle possiedono, e forse l’unico esistente è quello di Quarona.

         Concluso nel 1797 ad opera di Vittorio D’Enrici di Alagna, è un Catasto geometrico particellare costituito da un grande libro rilegato in cuoio, contenente i disegni (in scala trabucchi) delle varie porzioni (valbe) del territorio comunale.

         Questi disegni sono particolarmente ricchi di informazioni e dettagli topografici; una curiosità: nelle mappe dei terreni, oltre ad essere rappresentati a colori gli alberi presenti nei prati arborati, viene addirittura indicata, sempre a colori, l’ombreggiatura della baulatura dei campi.

         Sono particolarmente curate anche le registrazioni identificative dei possessori.

         Quest’opera è corredata inoltre di un quadro d’insieme di dimensioni ragguardevoli, anch’esso realizzato in scala e a colori, che ci permette una panoramica completa di tutto il territorio comunale.

         Questi documenti sono esposti alla MOSTRA.

 

         Il secondo documento è il CENSIMENTO NAPOLEONICO del 1806; rientra nella politica amministrativo burocratica del potere napoleonico che si rende autonomo dalle registrazioni demografiche delle parrocchie; è importante, ma molto spiccio e non eccessivamente dettagliato.

 

         Il terzo documento, importantissimo, è la STATISTICA del 1828.

         Siamo in piena Restaurazione e, dopo il Congresso di Vienna del 1815, le monarchie ristabilite, compresa la Monarchia Sabauda come Re di Sardegna, tendono ad ammodernare e sveltire la propria organizzazione statale; in questa fase viene costituita nel 1819 la Provincia di Valsesia. Ecco quindi la necessità di avere delle informazioni chiare, dettagliate, ma essenziali sul territorio.

         L’elaborazione delle NOTE STATISTICHE vede sindaci e segretari comunali costretti a stare dentro uno schema che, da una parte è descrittivo, ma dall’altra anche di sintesi numerica, perché devono trattare pesi, misure, i dati relativi alla popolazione che ci danno anche, letti in un certo modo, il senso della vita quotidiana: di che cosa vivevano, quali erano e com’erano state sfruttate le risorse del territorio, qual’era la viabilità, l’istruzione ecc.

         Questo documento porta la firma di Luigi Rolandi, fratello di Pietro, Sindaco di Quarona, non solo in questo periodo, ma anche negli anni quaranta; è molto particolareggiato nel descrivere Quarona, si nota che la conosce veramente bene, e quindi elabora, con il segretario Ronco una serie di notizie preziosissime.

         Anche questo documento è esposto in MOSTRA.

 

         Per quanto riguarda le notizie relative alle persone fisiche e alle famiglie di Quarona, ci è stato utile sia il CENSIMENTO DELLA POPOLAZIONE DEL 19 MAGGIO 1848, ma soprattutto il successivo, il CENSIMENTO DELLA POPOLAZIONE AL 31 12 1857, simile al precedente, ma più completo e particolareggiato; entrambi ci hanno fornito informazioni utili alla identificazione delle persone oltre che all’individuazione delle principali vie di emigrazione dei nostri concittadini antenati.

         Anche i due censimenti sono consultabili nella MOSTRA.

 

         Per la realizzazione delle linee genealogiche della famiglia Rolandi e di altre ad essa collegate o imparentate, le nostre ricerche si sono appoggiate soprattutto alle registrazioni parrocchiali, suddivise in tre serie di volumi: IL LIBRO DEI BATTESIMI, IL LIBRO DEI MATRIMONI ed IL LIBRO DEI MORTI; sono rigorosamente scritti in latino, ma sono stati indispensabile strumento di certificazione demografica dei singoli e dei gruppi famigliari delle parrocchie, che nella maggior parte dei casi, ancor oggi, coincidono, come territorio, con quello comunale.

         Queste registrazioni sono state imposte come obbligo ai parroci all’indomani del Concilio di Trento, terminato nel 1563, ma già operate da decenni in alcune parrocchie.

         Comunque, unitariamente, l’obbligo decorre, in genere, dalla fine del 1500 ai primi anni del 1600; non è casuale che uno dei parroci Quaronesi più interessanti ed importanti, Bernardino Lancia, cominci a dare l’esempio di stesura dei libri parrocchiali esattamente dal 1617, da quando cioè l’oratorio di Sant’Antonio Abate al piano, diventa la Parrocchia sostitutiva di San Giovanni al Monte, ritenuta troppo scomoda dalle visite pastorali del Bascapè, Speciano, e infine dal cardinale Taverna.

 

         Oggi siamo nel terzo millennio e non è facile, per chi vive intensamente questa epoca, inserito nella tecnologia e nelle telecomunicazioni, proiettato nel futuro, nella globalizzazione ecc., soprattutto se giovane, immaginare com’era la vita di allora.

         Proviamo a retrocedere nel tempo, con la fantasia, togliendo, gradualmente, tutte le cose che oggi ci sono famigliari, ma che solo da due secoli fanno parte integrante nella nostra quotidianità.

         In questi ultimi 50 anni, potremmo cominciare a togliere tutta la tecnologia telematica, da Internet al computer, alla televisione, al metano.

         Andando a ritroso per altri 50 anni potremmo togliere tutti gli elettrodomestici dalla lavatrice al frigorifero alla radio; quindi l’acqua potabile, (la completa realizzazione dell’acquedotto pubblico, a Quarona, risale al 1931), e l’energia elettrica (la cui erogazione, ad opera della “Società Idroelettrica Valsesia”, iniziò nel 1921 con il limitatore a 16 watt),

         Retrocedendo ancora di 50 anni non esistevano né automobilifabbriche, e neppure la Ferrovia, che data 1884; non esisteva neppure politicamente l’Italia la cui unità fu proclamata proprio nel 1861.

Ed eccoci nella prima metà dell’800 quando viveva ancora Pietro Rolandi!

         Quindi una società senza energia elettrica, senza acqua in casa, ma solo nei pozzi, senza telecomunicazioni, con mezzi di trasporto a trazione animale ecc.

 

 

 

TERRITORIO

 

 

         Il territorio comunale, allora, comprendeva soltanto la sponda sinistra della Sesia e viene ampiamente descritto nella statistica del 1828 costituito da una pianura centrale, limitata dal fiume e da tre monti cioè: San Grato, San Giovanni e Roncacci.

         Nella descrizione dei corsi d’acqua, la Cavaglia ha le acque più pesanti della Sesia e non può recar guasti considerevoli perché è incannellata dalla natura.

         Completa e dettagliata è la descrizione delle strade:

 

         La strada provinciale, dai confini di Borgosesia a quelli di Rocca, era piana e carreggiabile, con un ponte ad arco in vivo sopra la Cavaglia, larga due metri e più¸ entrava nel territorio comunale dall’attuale ponte della Pietà, serpeggiando lievemente arrivava alla chiesa parrocchiale di Sant’Antonio, proseguiva deviando un po’ a sinistra, fino alla chiesa della Beata al Piano, quindi deviava leggermente a destra fino all’incrocio con l’attuale via Giovanni Lanzio, riprendendo il percorso odierno in direzione nord fino all’uscita dal paese, quindi piegava a destra e, mantenendosi ai piedi del monte Roncacci proseguiva verso Rocca.

         La strada di Valmaggiore, partiva dalla chiesa di S. Antonio, attraversava la borgata del Duomo e arrivava a San Rocco carreggiabile o pedonale fino a quel punto (attuale via Zuccone), quindi era solo cavalcabile, saliva gradatamente il monte, attraversava Valmaggiore in piano, dopodiché proseguiva per la Ferruta; era stata di recente restaurata; (è la mulattiera attuale).

         La strada per San Giovanni e la Beata al Monte coincide con quella di oggi; larga due metri era considerata cavalcabile”, ma non in stato “lodevole, come pure quella di Cavaglia; era una mulattiera larga solamente un metro e mezzo che costeggiava tutto il torrente fino a Breia.

         Viene qui descritto il ponte visconteo in pietra a schiena d’asino: Antico, coll’arma Visconti, longo quattro trabucchi e largo un trabucco e mezzo, ristaurato da pochi anni; (costruito nel 1400 fu demolito dai partigiani nel luglio 1944).

         La strada del Laghetto era larga un metro e mezzo e meritava restauri;          L’attuale Via G. Lanzio era larga due metri, ma in stato mediocre, cavalcabile ed anche carrozzabile.

         Tutte le altre strade attuali non erano menzionate, ad eccezione di alcune “carrate”, che servivano per l’accesso ai beni di campagna”.

 

         La Statistica descrive quindi minuziosamente la fertilità e le caratteristiche del suolo nelle varie zone di Quarona, sia pianeggianti che montane.

         In particolare, per il monte San Giovanni, evidenzia la fragilità geologica: va gradualmente sciogliendosi in rovine come da pochi anni si è veduto, ai due lati, orientale ed occidentale

         Essendo però ricco di pezzi trovanti di granito, c’erano due cave di questa pietra atta a sodi lavori (Pradere = Priéri = pietraie).

         La campagna era coltivata in parte a prati, che fornivano due raccolti abbondanti l’anno, in parte a campi di cereali: segale, poco frumento, discreto granoturco volgarmente detto meliga in primo raccolto, e poco panico dopo la segale, quale non giunge sempre a maturità”.

         Le piante arboree più diffuse erano castagni, ontani, betulle, noci, meli, ciliegi, nocciòli avellani, susini, cornioli, nespoli, peschi e peri; pochissimi roveri ed ancor meno faggi; ricco il sottobosco (ricordiamo che a quell’epoca non era ancora stata importata la robinia o gaggia o acacia pseudoacacia).

         Erano particolarmente temuti i bruchi, flagelli della verdura, e i Gallarovi (maggiolini) che con frequenza triennale divoravano i germogli di viti e noci.

 

         Le case erano in pietra, ma coperte, per la maggior parte a paglia; diverse a coppi ed alcune con bellissime piode. (Proprio la casa natale di Pietro Rolandi rimase per alcuni decenni l’unica e ultima costruzione di Quarona con il tetto rigorosamente coperto in pietra; è stato sostituito da pochi anni con moderne tegole in cotto).

         Gli incendi erano frequenti e, dei più importanti, abbiamo trovato dettagliati resoconti nei registri parrocchiali.

         Il primo, data 18 agosto 1712 a Valmaggiore ed è ricordato anche da un quadro votivo nella Chiesa della Madonna della Neve.

         Il 3 agosto 1784, un fulmine distrusse quattordici case del Vico, ma nessuno perì, salvo qualche capo di bestiame; il Re Vittorio Amedeo di Sardegna contribuì ad alleviare i danni offrendo 1500 lire di Piemonte da distribuire alla popolazione colpita.

         Sempre al Vico, il 6 aprile 1796, “per colpa di fuoco di pistola, accidentalmente fatto cadere nello strame”; un incendio  distrusse ventisei case; tra le altre anche quella di fronte all’attuale fontana di Pietro Rolandi, dove abitava il Notaio Innocenzo Viotti: “Restavano consumate tutte le suppellettili, tutti i mobili, e le moltissime scritture del suo studio e di molti altri antichi Notai con inestimabile danno” Anche in questo caso il Re contribuì con un sussidio di 1100 lire di Piemonte.

         Ancora uno nella notte fra il 13 e il 14 gennaio 1797; il danno fu cospicuo, ma solamente un vitello perì soffocato dal fumo. Sua Maestà il Re Carlo Emanuele inviò 500 lire a sussidio delle famiglie colpite.

         Il quinto, è quello del 1821 nella casa della sorella di Pietro Rolandi, Maddalena, moglie di Rocco Vinzio, della quale abbiamo anche una testimonianza scritta in una lettera che la madre Teresa Perincioli scrive al figlio a Londra.

         Un sesto incendio si sviluppò nella notte fra il 19 e il 20 aprile 1837 nelle case Defilippi e Folghera al Vico; il danno non fu grave, ma la madre Defilippi, di ottant’anni, per le scottature riportate, rimase vittima morendo la settimana successiva all’Ospedale di Varallo. Anche in questo caso la comunità intervenne con un sussidio.

         L’ultimo del periodo, di cui abbiamo notizia, avvenne alle ore 10 del mattino del 22 agosto 1840.

         Non solo dal fuoco ci si doveva guardare, ma anche dall’acqua; abbiamo, infatti, trovato, nei registri parrocchiali, l’annotazione di due alluvioni della Sesia, il 14 ottobre 1755 ed il 25 agosto 1780.

         In particolare la prima fornisce una dettagliata descrizione: “Non si vide tanta acqua così a memoria d’uomo, persi uomini, armenti e cose; le acque dei fiumi si ingrossarono: la Sesia ad Alagna, la Sorba a Rassa, la Sermenza a Carcoforo, il Pascone a Rocca; distrutto il ponte davanti alla parrocchia di Rocca, persi i vigneti e portati via tutti i prati dietro la chiesa di San Bonomio a Doccio fino alla parete della chiesa stessa che si salvò; ritiratesi quindi le acque limacciose, per giorni mandarono orribili fetori che si sentivano quasi ovunque”.

 

         ISTRUZIONE dei quaronesi: Luigi Rolandi, sindaco di Quarona, definisce i suoi abitanti di buona indole, inclini alle arti e alle scienze, e alcuni anche al servizio militare, cattolici e fedeli al governo.

         Era stata istituita, da pochi anni, una scuola pubblica e gratuita per l’insegnamento della lettura, scrittura, aritmetica e dottrina cristiana, frequentata da 40 50 giovani; il maestro era il sacerdote Chiara, coadiutore della Parrocchia.

         Questo servizio aveva potuto essere realizzato per l’esistenza, sul territorio, di un Ente benefico di antichissima origine supportato da lasciti testamentari e da diversi benefattori chiamato Carità de’ Poveri e di S. Spirito di Quarona che, con i suoi proventi permetteva di pagare lo stipendio del maestro della scuola, oltre che l’elargizione di un taglio di stoffa (fustagno), riservato ai cittadini la cui famiglia risiedeva a Quarona da più di un secolo.

         La popolazione maschile era sempre stata mediocremente letterata, tuttavia la comunità con l’autorevole mediazione di Sua Eminenza, il Vescovo della Diocesi di Novara Cardinale Morozzo, ritenne di rendere pubblica la suddetta scuola per garantire sempre più l’educazione civile e cristiana.

         La Statistica del 1828, ci informa anche dell’esistenza di un bel fabbricato, al centro del territorio, adibito a collegio convitto, gestito dal prof. don Giovanni Ottina e, alla sua morte, da suo padre ottuagenario Luca Ottina; non abbiamo ancora identificato esattamente l’ubicazione di questa struttura (potremmo supporre che fosse la vecchia sede municipale).

 

         Nella descrizione delle chiese non ci sono variazioni rispetto alla situazione attuale, ad eccezione della quattrocentesca chiesetta di Santa Maria della Pietà, che è stata demolita nella seconda metà del secolo scorso per lasciar passare la ferrovia; rimane il ricordo nel nome del ponte ferroviario.

Interessante la definizione che il sindaco Luigi Rolandi dà della chiesa di San Giovanni: “È antichissima e discretamente grande, costruita secondo l’uso dei cristiani primitivi, offre rare pitture del secolo decimo quinto ed è forse la più antica chiesa di tutti i dintorni anche lontani; presenta un’idea dei riti e delle discipline dei primitivi Cristiani.

         Aggiunge che dà il nome a quel monte dove è collocata. (La dizione popolare corrente, a quei tempi, era, infatti, “Monte San Giovanni” e non “Monte Tucri”).

 

         IL CLIMA di Quarona: per quanto riguarda le precipitazioni, si rilevano le periodiche piogge di primavera e d’autunno dichiarando che le nevi invernali, in media, raggiungono il mezzo metro d’altezza in pianura, ed il metro sui monti.

         La temperatura, risulterebbe mediamente più bassa di quella odierna, mentre, riferendosi al clima, si pone l’accento sulla forte variabilità sia stagionale che giornaliera, ritenendone responsabile “la soverchiamente moltiplicata quantità di risare in pian paese” (nella Bassa).

         Bella, a questo proposito, la similitudine che Luigi Rolandi fa con le isole americane: “come appunto succede nella maggior parte delle isole del nuovo mondo che, circondate dall’immensità dei mari, soffrono piogge impensate formate dai vapori dei vasti mari convertiti in acque desolatrici di quelle popolazioni”.

 

         La proprietà terriera era per lo più, in mano ai privati, salvo un 10 % posseduta dagli Enti Benefici di allora: Carità Locale, Congrue Parrocchiale e Coadiutorale, Confraternite; solo il due per mille era di proprietà comunale.

         Il sindaco ribadisce qui il diritto di pascolo che tutti gli abitanti avevano sul territorio boschivo come da consuetudine antichissima; Quarona, infatti, è uno dei più antichi comuni della Valsesia, di cui abbiamo notizie fin dal 1214.

 

         L’economia è prevalentemente agricola, integrata da piccole industrie di supporto, come:

         Mulini a ruota mossi dalle acque incanalate nella Roggia dei Mulini dal torrente Cavaglia, per la trasformazione delle granaglie in farine.

         Torchi per la produzione dell’olio di noci, che veniva impiegato indifferentemente per l’alimentazione e per l’illuminazione serale delle case.

         gli stessi servivano anche per la produzione locale di vino che non era del tutto sufficiente ai fabbisogni del paese, ma era comunque notevole.

         Fucine da fabbro per la produzione dei principali attrezzi agricoli.

         Vasche per la macerazione della canapa, largamente diffusa per la realizzazione di “pezze” utili al confezionamento della biancheria intima, degli abiti, delle lenzuola, dei copriletti, oltre che filtri per il bucato fatto con la cenere “ciandru”, ecc.

         I prati di Sesia, presenti nel Catasto del 1797, non ci sono più perché portati via dalle alluvioni successive.

         A proposito di Sesia, l’unico ponte che esisteva era quello di Agnona; costruito nel 1786 (impropriamente chiamato napoleonico perché in quel periodo era stato utilizzato come dogana tra i due Stati frontalieri).

         La traversata del fiume veniva quindi effettuata con una barca che faceva servizio di traghetto. Questa barca era di proprietà della Parrocchia di Doccio e ancor oggi rimangono, nei toponimi, sulle due sponde, le due denominazioni di via della barca.

 

 

 

FAMIGLIE

 

 

         Già da molti anni ho cercato di fissare sulla carta le origini della mia famiglia, esordendo, nel 1968, con un albero genealogico “fai da te”!

         Le prime notizie relative a questo argomento mi sono state fornite principalmente da mia madre che è sempre stata attenta, fin da piccola, agli aneddoti e alle storie di vita vissuta che le raccontavano i suoi genitori sui loro antenati.

         Generalmente, queste vecchie storie riguardavano fatti ed argomenti salienti accaduti nell’ottocento alle persone che vivevano a Quarona, in generale, ma al Vico in particolare.

         Quando mi è stato proposto di occuparmi di questo specifico settore nella ricerca storica su Pietro Rolandi, è stato un motivo in più per accettare questo incarico che mi permetteva di gettare un ideale ponte di comunicazione fra l’800 e oggi.

         Iniziai subito la consultazione dell’Archivio Parrocchiale, (messoci gentilmente a disposizione dal parroco di Quarona don Francesco Gagliazzi), della Statistica, dei due Censimenti e dell’elenco dei possessori nel libro delle Valbe e mi resi subito conto che, di molte persone, conoscevo già i nomi, i legami di parentela e gli aneddoti relativi, proprio dalle storie che mia madre mi raccontava.

         Mi appassionai alla raccolta dei dati e, approfondendo la ricerca dei legami di parentela della famiglia Rolandi è stato molto facile scoprire che, andando indietro nel tempo, i ceppi famigliari originali si mescolavano interscambiandosi spesso tra loro, sostenuti dalla grande prolificità di quei tempi (non per niente Pietro Rolandi era il quindicesimo di sedici figli).

         Molti erano i casi di omonimia nelle generazioni, per cui esistono diversi casi del tipo: Pietro figlio di Pietro nipote di Pietro o Francesco di Francesco fu Francesco, e questi casi, uniti al fatto che il cognome è lo stesso, inducevano facilmente in errori di identità delle persone; molto più frequente ancora l’alternanza di due nomi (nonno – nipote).

         In effetti, la fantasia nella scelta dei nomi dati ai figli, non era particolarmente libera perché tradizioni o abitudini o particolari devozioni ai santi locali, inducevano i genitori a confermare i nomi degli antenati o dei santi cui sono ancora tutt’oggi dedicate le chiese e le cappelle della zona.

         Un’altra difficoltà che si incontra in una ricerca di questo tipo è che i bambini venivano battezzati con una serie di tre o quattro nomi, dei quali uno solo veniva poi utilizzato dalla persona adulta; non è sempre facile identificare quale.

         Soprattutto verso la fine del 1700 ho riscontrato molti Giovanni Michele, Giovanni Antonio, figlio di Giovanni Battista, figlio di Giovanni Maria e così via, come per le donne, il nome di Maria era quasi sempre presente in prima linea nella serie di tre o quattro nomi imposti alle figlie; anche in questi casi il nome veramente utilizzato non era necessariamente il primo.

         Quando mia madre mi parlava di Pietro Rolandi, lo citava come veniva chiamato allora: “Pidrin da Londra”; adesso capisco perché; era per differenziarlo dagli altri Pietro Rolandi presenti in paese, uno dei suoi fratelli compreso!

         C’è da considerare anche che il paese era piccolo, con un’attività prevalentemente agricola e poche persone avevano occasione di avere contatti con l’esterno, per questo i matrimoni venivano celebrati sempre fra compaesani; spesso, nei registri dei matrimoni, ho trovato le dispense del Vescovo sul grado di parentela per il forte rischio di consanguineità.

         Riguardo ai cognomi, molti sono scomparsi da Quarona, o per emigrazione o per estinzione naturale, come ad esempio Bussone, Capucetti, Duelli, Giblotti, Lasinetti, Lancia, Muzzio, Viotti, Rolandi stesso ecc.

         Altri invece, li troviamo già in epoca remota, come Andreini, Barone, Defilippi, Gallarotti, Milanolo, Piola, Sella, ecc., alcuni dei quali già registrati nei documenti del Comune di Quarona della prima metà del 1200.

 

         Dobbiamo tener presente, inoltre, la distribuzione delle famiglie tra i vari Cantoni cosiddetti storici, Domo (o Duomo da Domus = casa), Cavaglia e Vico (da vicus), oltre a quello alto di Valmaggiore, con il nome così significativo.

         Si formavano dei ceppi, con lo stesso cognome, che erano però separati gli uni dagli altri, come i Milanolo, (alcuni a Morondo, altri a Valmaggiore), gli Ottina, (un ceppo a Valmaggiore un altro nel Cantone Cavaglia), i Gallarotti, (alcuni al Vico, altri a Valmaggiore), i Rolandi, anch’essi presenti con un ceppo al Vico, da cui discende la famiglia di PIETRO, ed un altro a Valmaggiore.

 

         Facendo collegamenti e connessioni tra le varie derivazioni famigliari, è emerso un quadro abbastanza ampio della realtà di quel tempo, con un unico schema genealogico che supera le 2200 persone, e che abbraccia tutte le principali famiglie del paese i cui cognomi principali sono: Barone, Cantarelli, Defilippi, Degaudenzi, Demagistri, Gallarotti, Meneveri, Rolandi, Sella ed altri.

         Data la massa e l’interconnessione fra gli stessi rami del grande Albero genealogico di Quarona (e non solo, perché i vari discendenti emigrati si sono distribuiti in varie parti del mondo), per alcuni di questi cognomi ho potuto farne uno specifico; questi esempi di schemi genealogici sono consultabili nella Mostra.

         Un lavoro di queste dimensioni non si può certo mai considerare finito e ci ripromettiamo di continuarlo, arricchendolo di ulteriori dati con la collaborazione di alcune persone che ci hanno già dimostrato interesse e disponibilità.

 

 

 

EMIGRAZIONE

 

 

         Il mondo agreste non era fine a se stesso, ma richiedeva una trasformazione o rielaborazione dei prodotti della natura, sia che fossero di origine vegetale, come la trasformazione dell’uva in vino, o delle noci in olio, oppure animale, trasformazione lattiero-casearia, lavorazione e conservazione della carne principalmente suina, oppure legata alla fibra, come la canapa, con macerazione ecc. e la lana che necessitavano di un’attività di supporto.

         Accanto al mondo agreste, quindi, si sviluppavano alcune professioni, che non sono più di semplice appoggio all’attività del contadino, ma diventano vere e proprie professioni, come appunto quella del mugnaio, panettiere, tessitore, ecc. (a proposito di tessitori, sappiamo che il comune con il maggior numero di tessitori era quello di Cellio).

         Oltre a queste, a Quarona troviamo anche un notaio, un procuratore, un pittore, ed in particolare un noto chirurgo del tempo, che esercitava la sua professione anche all’estero; si trattava di Giovan Battista Ottina di Valmaggiore.

         Le donne erano sottoposte a molte maternità, la mortalità infantile era elevata e le famiglie numerose; spesso avevano figli compresi fra un anno e 25 anni; l’età media era pertanto molto bassa.

         La donna non emigrava perché la sua prestazione era fondamentale in Patria. Riscontriamo solo rari casi di emigrazione femminile, legata solo al ricongiungimento del marito all’estero; non è raro, in questi casi, che fosse trasferita definitivamente la sede della famiglia.

         Le professioni prettamente femminili messe in evidenza dai censimenti sono poche: la cucitrice, l’insegnante, la domestica; quelle cioè che da secoli e per secoli sono sempre state femminili.

         Il lavoro dei campi è generalizzato, tenendo conto che, non essendo però la proprietà terriera di vaste dimensioni, era attività prevalentemente femminile che si accompagnava alla casa, ad allevare i figli, la stalla, mentre i mestieri e le professioni, erano per lo più caratterizzate dai maschi.

         Sempre dal censimento, rileviamo che, oltre a 261 contadini, (di cui solo 12 maschi e 249 femmine pari al 95%), c’erano 36 falegnami, e altrettanti calzolai, 28 braccianti (dei quali solo 3 maschi), 18 cucitrici, 17 fabbri ferrai, 16 bottai, 15 gessatori, 15 carrettieri e 15 tessitori, 12 scalpellini e 10 lattai (lattonieri) seguiti da una lunga sequenza di altre professioni esposte dettagliatamente nella Mostra in Villa Rolandi.

         Tra questi risultano anche 8 tra negozianti e commercianti, dei quali non mancano esempi anche nella famiglia Rolandi; Luigi stesso, il sindaco, ha un’attività commerciale a Quarona ed una a Varallo.

         Il commercio era fiorente e si sviluppa soprattutto nei mercati limitrofi.

         A proposito di mercati, è curioso sapere che la attuale cadenza settimanale delle giornate di martedì per Varallo, di mercoledì per Quarona e di sabato per Borgosesia traggono origine dal lontano Medioevo.

         Qui si vendevano castagne, fieno, pere, mele, vitelli ingrassati, pesci e olio di noci; si comprava mais, segale, frumento, riso, vino, pasta, oltre che sale, vestiario e qualche oggetto necessario alla famiglia.

         Quarona contava allora circa 650 residenti, ma un terzo della popolazione maschile emigrava; qualcuno all’interno dello stato piemontese, ma molti all’estero; ritornavano in Patria una volta l’anno oppure ogni due anni.

         “Ogni strumento è pane!” Dicevano in Valsesia!

         Il fenomeno dell’emigrazione era, infatti, fondamentale nel tessuto sociale valsesiano; l’organizzazione stessa della società di quel tempo, non poteva farne a meno, non potendo trovare, sul posto, mezzi di sussistenza sufficienti per affrontare un periodo superiore ai due o tre mesi.

         Qualche informazione possiamo ottenerla dai censimenti, che sono divisi casa per casa e l’emigrazione ha una sua incisività.

         Sappiamo, in ogni modo, che l’apprendistato aveva una durata ancora notevole anche nell’ottocento, e si svolgeva presso le botteghe artigiane.

         Le destinazioni dei nostri emigrati erano molteplici, alcuni all’interno del territorio statale del Piemonte, sia a Torino, che era la capitale, che in altre città; altri all’estero, soprattutto negli Stati del nord, come Francia, Svizzera e Germania; anche la Lombardia, forse per la sua vicinanza, era una méta appetibile; non mancano casi di emigrati in America.

         Secondo la professione esercitata, anche le destinazioni potevano essere differenti: il Piemonte e la vicina Lombardia, richiedevano prevalentemente artigiani per la lavorazione del legno: bottai, falegnami, minusieri, stipettai ed ebanisti.

         Per i lavoratori nel campo dell’edilizia, gessatori, stuccatori, pittori, era più facile trovare lavoro in Francia.

         La Svizzera richiedeva particolarmente scalpellini, ma anche fabbri e lattonieri.

         Non mancavano attività, per così dire, più nobili come, causidici, orefici, ecc. che professavano soprattutto nelle grandi città.

         Un celebre pittore, identificato nel Galletti, operò anche a Londra.

         Certamente le informazioni che possiamo avere sulle destinazioni e le professioni dei nostri emigranti dell’epoca, sono parziali perché recuperate da una serie di statistiche e censimenti specifici suscettibili di variazioni nel tempo e nello spazio e spesso carenti di dati ed è facile immaginare che, anche allora come ora, è il mercato che fa la domanda e l’offerta, ma di una cosa siamo sicuri: il valsesiano, a quella domanda ha sempre risposto di sì.

 

 

 

CONCLUSIONI

 

 

         Vorrei ricordare, in questa sede, anche la preziosa opera svolta dagli studenti di Quarona, che hanno collaborato alla realizzazione di questo Convegno su Pietro Rolandi.

         Il logo che lo identifica, infatti, è stato scelto fra i disegni che alcune classi hanno appositamente realizzato, altre classi hanno presentato ricerche e disegni, anch’essi esposti nella MOSTRA IN VILLA ROLANDI.

         Un particolare ringraziamento vorrei quindi rivolgere all’impegno ed alla collaborazione espletati, sia dagli studenti, sia dagli insegnanti, sia dalla dirigente dell’Istituto Comprensivo di Quarona dr.ssa Rizzolo, nell’occasione di questo Convegno imperniato sulla figura del nostro importante concittadino Pietro Rolandi.

 

 

Franco Cameroni