CARLO TENCA: PRIMI BILANCI CRITICI

La prima attenta riflessione critica sull'opera omnia bazzoniana si deve a Carlo Tenca, figura di rilievo nel panorama culturale della Milano del medio Ottocento, amico del Bazzoni, ma non per questo parziale.
Infatti sul suo giornale, "Il Crepuscolo", propose, dopo breve tempo dalla morte del romanziere, un ottimo studio sull'arte del Bazzoni evidenziandone i punti convincenti e quelli meno felici.
Tenca rende subito un omaggio alla figura del Bazzoni

[…] Il Bazzoni appartiene a quella generazione letteraria, che aiutò la riforma dell'arte e ne preparò cogli esempi il successivo sviluppo.

Subito dopo il critico milanese sottolinea come il Bazzoni, nonostante la professione poco adatta a un sereno sviluppo della sua attività letteraria, si gettò con passione nella letteratura

[…] la sua mente, attratta da quel riflesso di vita storica che si palesa nei monumenti e nelle reliquie sorvissute alle nostre vicende, si ispirò costantemente alle epoche più vive del nostro passato, e tentò di risuscitarne le gigantesche sembianze. I suoi racconti, ameni, briosi, popolari hanno tutta la seduzione del colorito locale, ci fanno rivivere nelle più minute particolarità di costumi, delle abitudini, della vita esteriore dei tempi che dipingono. Dal Castello di Trezzo alla Zagranella egli ci ha lasciato una serie di lavori, in cui si riproducono tratteggiati con evidenza i più sfuggevoli accidenti storici, onde s'impronta il carattere d'un fatto e d'un luogo.

Tenca riconosce l'importanza del Castello di Trezzo

Se non c'inganniamo Il Castello di Trezzo fu il primo libro che presentasse agli Italiani un avvenimento della loro storia mescolato colle invenzioni d'una narrazione ideale.

Osserva inoltre

Una tendenza osservatrice, un amore tutto artistico della misteriosa poesia delle rovine lo traevano naturalmente a investigare le oscure vicende del passato e rivestirle dei colori di una vivace imaginazione (sic). Nel Castello di Trezzo egli erasi abbandonato a questa sua predilezione, che fu l'ispirazione costante di tutta la sua vita.

E' interessante che il direttore de "Il Crepuscolo" consideri Bazzoni un cantore delle rovine medievali, in quanto questo è un filone che aveva proposto, in poesia, all'inizio del secolo la ormai nota Deodata Saluzzo Roero che può aver funto da modello.
Tenca, pur rimproverando - con qualche fondatezza - il fatto che l'autore si sia lasciato distrarre dagli accessori e non abbia dipinto con sufficiente efficacia il quadro di questa Lombardia all'autunno del Medioevo, rileva che aveva supplito a questa mancanza, sfruttando la sua capacità di tessere un intreccio avvincente.

Né le condizioni del popolo, né le vicende generali del tempo vi sono esplorate coll'intento di risuscitare ne' suoi elementi morali e civili un periodo della vita storica italiana. Il Bazzoni s'era smarrito dietro le seduzioni della poesia locale, l'aveva arricchita di scene romanzesche, di fughe, si sotterranei, di combattimenti, l'aveva condita con la leggiadria di uno stile semplice e pittoresco, e compensata la mancanza d'ideale storico coll'attrativa d'un racconto imaginoso (sic) e dilettevole.

Passando poi al secondo romanzo annota

IL Falco della Rupe, romanzo ch'egli pubblicò circa quattr'anni dopo il Castello di Trezzo, accenna infatti a una più vasta comprensione degli avvenimenti e dei personaggi a uno stadio più diligente e più profondo della natura umana. Il Bazzoni svelava per intero in questo romanzo le qualità speciali del suo ingegno, una potenza descrittiva esercitata col prestigio d'un'osservazione acuta e limpidissima, e un'arte di aggruppare l'azione, eccitando la curiosità con pochi mezzi e dentro i limiti della più stretta verosimiglianza.

Sono significative queste parole del Tenca. Il critico ha colto l'essenza più profonda dell'arte del Bazzoni, che consiste nell'osservazione e descrizione di paesaggi, e, come corollario di quest'ultima affermazione, le pagine in cui si tratteggiano dei luoghi sono le più riuscite sia nel Castello di Trezzo sia, in misura ancora maggiore, nel Falco della Rupe. Tenca sottolinea, inoltre, nel suo articolo l'influenza del capolavoro manzoniano sulla seconda fatica letteraria del Bazzoni. In tal senso ritiene che la protagonista del romanzo, Rina, abbia molti tratti che la accomunano a Lucia, e che il precettore di Gabriele, Lucio Tanaglia, l'uomo di lettere del tutto inadeguato a vivere in un clima di guerra, risulti quasi una fusione in unico personaggio di Don Ferrante e di Don Abbondio. Tuttavia su questo punto non vi è piena convergenza di opinioni: infatti Niccolò Tommaseo sostiene che

Se la figura di Mastro Lucio pare modellata su quella di Don Abbondio, non è già che l'autore avesse in mira imitazione sì inopportuna; ch'anzi io ho ragione di credere che il disegno di questa novella precedesse di qualche tempo all'uscire dei Promessi Sposi: egli è che ai romanzi, per non so qual regola antica o moderna, pare divenuto necessario condimento un personaggio ridicolo, una specie di pagliaccio.

Dopo la seconda prova come romanziere storico, Tenca riscontra una fase di scadimento nell'arte del Bazzoni che diventa frammentaria e dispersiva.

Sedotto dal prestigio delle memorie, portato dalla sua indole osservatrice a soffermarsi sopra ogni avanzo d'antichità, egli si compiacque soprattutto di ravvivare le materiali apparenze del passato, di darci, per così, l'inventario domestico delle generazioni che ci precedettero.

Infatti questo è il comune denominatore che attraversa, per buona parte, l'opera successiva dell'autore dopo i due romanzi degli anni Venti. Tenca fa anche un rapido accenno all'unico libro di viaggio pubblicato:

Piena l'immaginazione d'un recente viaggio da lui fatto nel mezzodì d'Italia, ne aveva pubblicato alcune impressioni in un volumetto col titolo Da Napoli a Procida, graziosa miniatura di costumi, di reminiscenze storiche e archeologiche, infiorate da episodii, e abbellita da quello spirito di arguta osservazione che svelava ad ogni pagina le tendenze irresistibili del romanziero.